“I suoi aromi sono i più ammalianti e brillanti, eccitanti e sottili e antichi del nostro pianeta”

    Queste sono le uniche parole, interpretate da Paul Giamatti in “Sideways- In viaggio con Jack, per poter cercare di plasmare e rendere materia palpabile quello che è questo liquido. Sostanza che si liquefà prendendo le sembianze di quello a noi meglio conosciuto come pinot nero.

    Un vitigno “sensibile, matura presto. E insomma non è una forza come il cabernet …al Pinot nero servono cure e attenzioni”. Eppure una volta curato è uno dei vitigni più talentuosi. La carica dei terpeni sprigiona, in giovane età l’ampiezza con aromi varietali di ciliegia fresca, croccante, quasi acerba. E poi quella stessa ampiezza col trascorrere degli anni diventa profondità e quella stessa frutta si trasforma in confettura, i fiori nel mentre sono stati macerati e le note erbacee si sono asciugate.

    Ma solo “il più paziente e amorevole dei coltivatori può farcela, è così. Solo chi si prende davvero il tempo di comprendere il potenziale del Pinot sa farlo rendere al massimo della sua espressione “.

    E allora ecco che riesco a trovare questa mutevole trasformazione nel calice che mi fa compagnia alla mia destra: Cuna 2016 di Podere Santa Felicita, meglio conosciuto, ai più, come Federico Staderini.

    Maestro eccelso di immonda cultura non solo vitivinicola. Pleonastico pensare che il suo vino sia, dunque, “solo” un vino.  E’ la somma di un’onniscienza: studi enologici, conoscenze agrarie, spunti filosofici, famelica necessità letteraria e saggistica. Un vino che è l’esatta espressione di chi ho conosciuto un anno fa, al Vinitaly 2019, cioè il maestro in persona, ma se non lo avessi incontrato, avrei comunque potuto dire di averlo conosciuto bevendo il suo Cuna.

    Il mio enfant terrible non ha vissuto in Francia, ma tra le colline del Casentino, precisamente a Pratovecchio, in provincia di Arezzo. Il Podere nasce nel 2004 con le prime barbatelle impiantate e la prima annata di Cuna è nel 2007. Quattro ettari di terreno argilloso, misto a scisti e calcare, vitati a pinot nero (una piccola parte è però dedicata ad un vitigno autoctono l’abrostine dal quale nasce il “Sempre mai”, la sua seconda etichetta)  che trova in questa terra il più confortevole dei pedoclima: 500 m. s.l.m, con notti fresche e un’ottimale esposizione al sole. Ciò consente al pinot di maturare lentamente, e tanto ricerca Federico questo slow motion che anche ogni potatura verde è stata messo al bando al fine di garantire non solo la più naturale delle maturazioni quanto la più limitata delle produzioni. Il sesto di impianto è di c.a.  10.500 ad ettaro, con rese molto basse: 4 etti di uva per ogni pianta. Si è passato dalle 4000 bottiglia della prima annata alle 10.000 con la corrente, di più non si riesce con simili rese.

    Ad ogni buon conto le strutture culturali di Federico non solcano il valico delle vigne, e in cantina, più che i suoi studi di enologia vige la sola cultura dell’esperienza e della tradizione. Si vendemmia a metà settembre. E una volta in cantina parte delle uve non vengono neppure diraspate, mentre la restante viene schicciolata a mano per eliminare i raspi.

    Tutto poi finisce in tini aperti (barrique e tonneaux) a riposare per 4-5 gg, quando poi inizierà una soffice e delicata pigiatura direttamente con le mani. Il passaggio successivo non prevede in ogni caso alcun artifizio, la pigiatura vera e propria avverrà poi, dopo ulteriori giorni, direttamente con i piedi. E tutti questi passaggi avvengono sempre a tino aperto. Federico, non “ha paura” di possibili ossidazioni, causate dal contatto del mosto con l’aria, anzi ritiene che l’eventuale volatile possa dare impulso ai profumi, favorendo lo sprigionamento delle componenti aromatiche (ovviamente entro certi limiti di mg).

    Dopo una macerazione sulle bucce di almeno 15 giorni si passa poi alla svinatura e il vino viene lasciato riposare in barrique esauste, anche di settimo e ottavo passaggio. E così rimane fino all’imbottigliamento fatto anch’esso ovviamente rigorosamente a mano.

    Questo vuol dire che il mio calice profuma dello stesso corpo di Federico e della sua famiglia, le loro mani hanno necessariamente toccato l’etichetta che sto guardando, la loro pelle ha sentito  le uve prime e il mosto poi del vino che sto ora bevendo. Ecco perché posso dire di conoscere Federico anche se non lo avessi mai conosciuto. Ma cosa sia successo nel 2016 è un racconto che lo stesso calice scrive, io mi limito a fare solo da scribacchino.

     

     

    Partiamo da un assioma così da non mitizzare troppo. La 2016 è stata già di per sé una buona annata, l’assenza delle arsure estive non ha accelerato la maturazione delle uve. E allora se il sottofondo del pinot è già di per sè la sua finezza, qui la valorizzazione per un’annata così mite, sarà l’esaltazione della freschezza e della verticalità.

    Cuna 2016 è il pinot che ondeggia nella sua veste più sinuosa, ruota al calice in un avvicendarsi di veli rossi rubino che si intrecciano, a formare una stola di seta poggiata sul collo di una incantevole donna. Lei è seduta al suo solito bistrot, sorseggiando un calice che porta in sé, già, un’ampolla di incenso, un cesto di piccoli e succosi frutti di ribes e ciliegie, un fascio di rosmarino. Arriva al palato con una forza carismatica difficile da descrivere, pare che il corpo generi gelosia per quanto il sorso sia attraente. E poi la continuità naso – bocca e poi la persistenza.

    Il lato razionale mi spinge ad affermare che qui non ci sia il perfetto equilibrio: il sorso pare più spinto verso le durezze, con un incitante acidità che stimola la beva e un sorso diretto e verticale. Il lato umano, però poi, mi spinge ad affermare ben oltre, invece: che qui ci sia la perfetta armonia, nella definizione che fino ad oggi più mi ha colpito, quella di Sandro Sangiorgi in L’invenzione della gioia tra l’equilibrio e l’armonia vi è la differenza che passa tra la perfezione statuaria di alcune persone e la bellezza sottile, talora impalpabile di altre. Questo margine di imponderabilità determina il passaggio di livello emotivo”.


    Ho ripreso di nuovo il mio Cuna 2016 per poter concludere questo scritto, e non perché il ricordo del primo sorso non fosse vivido, ma sentivo l’impellenza di cadere nuovamente nelle iniziali sensazioni. Non c’è da stancarsi mai di questo calice. In sottofondo, Nothing Else Matters dei Metallica, ha bloccato le mie dita dalla tastiera, mentre James Hetfield mi urlava “Mente aperta per una visione differente, E non conta nient’altro, Mai interessato per ciò che fanno loro, Mai interessato per ciò che sanno loro, Ma io so …….. ” ho pensato si riferisse al mio Cuna. Il rimando del mio calice non sarà mai alla Borgogna, come spesso ho sentito dire da chi ne sa di certo più di me, ma non sente come me. Integrità e inconfondibile identità di Federico Staderini e del suo Cuna ne fanno, per me, un’espressione non analoga, non comparabile, ma solo unica, del suo pinot.

     

    A presto Federico.

     

    Titti

     

    Cuna di Federico Staderini

    Loc. Sala-Civettaia – 52015 – Pratovecchio (AR)

    Lunarossa, le anfore ed i colli Salernitani

    Lunarossa, le anfore ed i colli Salernitani

    E' come mettersi a nudo, dichiararsi apertamente, trasudare emozioni nate dall'esperienza di chi ha voluto scommettere su un territorio assai difficile e senza denominazioni. Ecco, anche questo è un punto di vista. Sissignore, l'assenza di un vero e proprio...

    Pin It on Pinterest