E’ come mettersi a nudo, dichiararsi apertamente, trasudare emozioni nate dall’esperienza di chi ha voluto scommettere su un territorio assai difficile e senza denominazioni.

    Ecco, anche questo è un punto di vista. Sissignore, l’assenza di un vero e proprio disciplinare ha permesso a Mario Mazzitelli di immedesimarsi in Fiano ed Aglianico, i principali vitigni della Campania, sperimentando, provando a migliorarsi anno dopo anno.

    Il suo unico comandamento è l’anfora, che a parer di Mario (e non solo!), con vinificazioni ed affinamenti dedicati, riesce a valorizzare i vitigni stessi.

    Nessuna omologazione, questo è chiaro!

    Io, Mario e la batteria completa di degustazione: siete pronti?

    Cosa è per te “Lunarossa Vini e Passione”?

    È il mio incipit da imprenditore in cui ho profuso tutto il mio entusiasmo.

    Aver iniziato da zero 12 anni fa come autodidatta, non avere vigneti di proprietà e nessuna strada spianata, mi ha messo di fronte a dover affrontare molte difficoltà per dar vita a questa azienda che ora è una piccola realtà del territorio salernitano che si sta affermando sia a livello nazionale che all’estero.

    Lunarossa è stata la prima azienda nella provincia di Salerno a sperimentare l’utilizzo delle anfore nel processo di vinificazione e affinamento e tra le prime nella regione.


    Le origini, il passato ed il futuro che vorresti?

    Laurea in Scienze delle Preparazioni Alimentari (Università di Napoli Federico II), Master in viticoltura ed enologia (Università degli Studi di Milano), anno 2002.

    Dal 2001 fino al 2006 esperienze maturate come enologo in Friuli, Puglia, Toscana, Abruzzo, Argentina e Campania.

    Durante il periodo che va dal 2002/2004 sono stato enologo presso la Winemaking di Roberto Cipresso.

    Dal 2007 produttore di vino fino a quando ne avrò la forza.

    Il futuro ha in serbo sempre delle sorprese e devo dire che in azienda le idee non mi mancano, anzi mi manca il tempo di metterle tutte in atto.


    I vantaggi e gli svantaggi di un areale senza una denominazione come i Colli Salernitani?

    I benefici e le opportunità che un territorio con una nota denominazione può avere sono sicuramente numerosi rispetto ad un areale grande e poco conosciuto come i Colli Salernitani.

    A volte capita che siano le stesse aziende a far decollare i territori, e questo in parte è quello che è capitato al nostro, ma in qualità di vicepresidente del Consorzio dei Vini di Salerno stiamo lavorando proprio per invertire la rotta e promuovere al meglio la provincia salernitana con un distinguo delle aree produttive più importanti come la famosa costiera amalfitana, il caparbio Cilento ed i giovani Colli di Salerno.

    Sei, a mio avviso, un grande “anforista”. Quale è il motivo di questa scelta? Ed i tipi di anfora che usi?

    Quando ho iniziato questa avventura con Fortunato Sebastiano, che ancora oggi mi supporta (anzi mi sopporta!), ragionammo sulla tipologia e le caratteristiche del territorio che ci circondava, partendo da una riflessione sulle aree archeologiche.

    Oltre a quella famosa di Paestum, anche Pontecagnano Faiano e quindi i Picentini, sono di interesse storico culturale. Numerosi sono i reperti archeologici nei musei provinciali legati al trasporto, conservazione e consumo degli alimenti e in particolar modo al vino.

    Da qualche anno erano usciti i vini di Gravner, altra fonte di ispirazione.

    Questi furono i presupposti che mi portarono a maturare l’idea di sperimentare la vinificazione in anfora riscoprendo una antica tradizione dei romani.

    In Campania abbiamo, secondo me una delle uve bianche di altissime capacità enologica,ossia il Fiano e decidemmo di realizzare si un vino bianco ma lavorandolo come un rosso, ovvero con la macerazione completa sulle bucce in un contenitore neutro, naturale e antico, ossia l’anfora.

    Le primissime anfore furono realizzate a Calitri, ottima zona argillosa, dal maestro Branca.

    Anfore artigianali, quindi molto delicate e con una porosità non determinata, motivo che mi spinse a interrarle nella bottaia, evitando così danneggiamenti ed una traspirazione elevata.

    In seguito feci realizzare nuove anfore con un impasto particolare, una miscela di argilla dell’Impruneta e pietra lavica del Vesuvio, il cui risultato fu un’anfora di colore nero. L’idea era di valutare come la pietra lavica, materiale antico come l’argilla, potesse interagire con la matrice uva-vino durante la fermentazione.

    Oggi tutte le altre anfore, nelle quali lascio ad affinare, oltre che una parte del Quartara, anche l’aglianico Borgomastro e il fiano dei Costacielo sono della fornace Tava. Queste anfore sono ottenute con una lavorazione particolare dell’argilla che mi consentono di far maturare i vini in modo migliore rispetto ai classici contenitori in acciaio.


    Il vino a cui sei legato maggiormente?

    Il Quartara, per le sue distintive fasi di lavorazione.

    Il fiano viene fermentato e macerato con le bucce in anfora per poi maturare un anno in botti di legno di varie capacita’, seguito da un altro anno di affinamento in bottiglia.

    Il nome del vino ha origini antiche, le quartare nella storia erano delle unità di misura dei liquidi utilizzate negli scambi commerciali.

    Quello che rappresenta di più il territorio?

    L’ aglianico Borgomastro, è espressione della nostra tradizione vitivinicola, vino rosso e potente ma nello stesso tempo vellutato e sapido, data la vicinanza dei vigneti al mare.

    Cosa ne pensi del panorama enologico in Italia?

    Stupendo. Abbiamo la più grande biodiversità, un numero infinito di varietà, dobbiamo solo imparare a migliorare e promuovere meglio i nostri vini nel panorama internazionale.

    Il più grande vino italiano mai bevuto?

    In ordine di preferenza:

    • L’ultimo fiano prodotto da Antoine Gaita,

    • Fiano 2007 della scuola enologica di Avellino

    • Gattinara di Paride Iaretti

    • Cabernet Sauvignon di Mattia Filippi

    • Pinot Cupage di Bruno Bortolotti

     

    E quello francese?

    Non l’ho ancora bevuto!

    Cosa ne pensi dei vini naturali, del bio e della biodinamica?

    Queste filosofie produttive fanno bene all’ambiente e alle persone che ci lavorano.

    Anche Lunarossavini è in fase di conversione al biologico.

    E della ricerca esasperata della produzione di nicchia?

    Già nella domanda c’è la risposta, secondo me quando si esaspera qualcosa non è mai un aspetto positivo. Le produzioni di nicchia servono a salvaguardare le vecchie tradizioni, possono essere un fattore trainante per le aziende ma non devono rimanere l’unico.

    Se ti trovassi in un’altra regione, dove ti piacerebbe fare vino?

    Ne scelgo due, per i rossi l’alto Piemonte mentre per i bianchi il Friuli e in particolare il Carso.

    Se ti dovessi paragonare ad un vitigno, a quale ti paragoneresti?

    Al fiano, che secondo me e’ il vitigno che più mi rappresenta da un punto di vista della personalità.

    La versatilità di queste uve durante la vinificazione appaga la mia indole da sperimentatore e la sfumatura ancestrale che si racchiude in ciascuna bottiglia si allinea con la mia inclinazione per il rispetto della tradizione.

                                                                     Lunarossa Vini e Passione

                                                                                                                                                                                                                                     Via Valentino Fortunato, 84095 Giffoni Valle Piana SA

                                                                                                                                                                                                                                     328 623 2323

                                                                                                                                                                                                                                     www.viniepassione.it

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