Continua lo studio antropologico delle identità territoriali, alla ricerca del connubio perfetto tra viti e viticultori.

    Stavolta i freni dell’auto si sono inchiodati a Tramonti, letteralmente “tra i monti”, nel bel mezzo di quelli Lattari, in Costiera amalfitana e basta guardarsi intorno per capire che qui il concetto di “eroico” nella viticultura non è di certo un eufemismo.

    Terrazzamenti lunghi pochi metri e larghi poco più di cinque, non c’è spazio per poter parlare di ettari: sono vigne dislocate da un lato ad un altro della vallata, in una serie di tornati scavati nei fianchi della montagna, dove al massimo trovi quattro filari  su ogni gradone.

    E stavolta non ci sono, neppure incertezze che una pianta e un uomo possano parlare all’unisono, che possano respirare la stessa aria, che possano vivere in totale simbiosi.

    Le piante sono le viti di pepella, di ginestra e di Biancatenera a bacca bianca, sono le viti di piedirosso e di tintore a bacca nera. Sono le viti dell’Azienda Agricola Monte di Grazia, all’anagrafe Olivia e Fortunato prosecutori di Alfonso Arpino e sua moglie.

    Qui la storia inizia negli anni 90, continua nel 97 con la certificazione biologica, e nel 2004 con la prima imbottigliatura. Prima di allora i nonni di Olivia e Fortunato si limitavano a produrre solo vino per la casa e a vendere la restante parte, forse per la poca cultura commerciale che ai tempi girava attorno al vino o forse ancor di più per le notevoli difficoltà di allevare le viti qui su, perché fare vino in questa zona non è di certo un “gioco da ragazzi”.

    E allora esco dall’auto e infilo le mie galosce, cammino tra terreni sciolti e friabili, formati da materiale piroclastico arrivati in Costiera dalle eruzioni del Vesuvio, e ad attendermi in vigna trovo Olivia, la figlia di Alfonso.

    Olivia è una ragazza bellissima, occhi intensi e profondi e mani piene di lavoro fatto e da fare ancora. Ci presentiamo di fronte a una vite di tintore a piede franco, visto che in questa zona la fillossera non ha mai avuto la meglio. E’ una vite che potrebbe raccontare la storia di tre generazioni. Attorno a me filari misti, dove il tintore si confonde alla biancatenera e al piedirosso, quest’ultimo un vitigno poco generoso sul piano produttivo, dall’alto livello zuccherino e da un’acidità, invece, abbastanza contenuta. Ecco perché molto spesso non è vinificato in purezza, ma in assemblaggio con altri vitigni.

     

    Titti e Olivia

     

    Sopra le nostre teste una scultura di legni intrecciati che si allungano per interi metri a mò di tendone, that’is un allevamento a pergola! Sono tralci maestosi i cui busti vengono sostenuti da pali di castagno, mentre le loro radici scendono nell’entroterra fino a 30 – 40 metri ad incontrare la roccia vulcanica per trovare nutrimento (e questo vuol dire che anche in annate molto siccitose, come ad es. la 2017 le condizioni impervie le faranno un baffo riuscendo sempre a sopravvivere alla meglio).

     

    Sarmenti

     

    Vedete in foto questi pezzi di legno? Si chiamano sarmenti. E’ lo scarto della potature, sono dei piccoli rametti che in questi tempi di potature anziché essere gettati vengono utilizzati come esca per il tarlo del legno. Così che il tarlo d’estate non attacchi la vite. Questa è saper custodire la cultura e l’intelligenza contadina.

    Ma che significa certificazione biologica in questo paradiso di terra? Null’altro che la prosecuzione della tradizione agricola. Zappature o al massimo il sovescio per rinvigorire il terreno e rame, zolfo e letame per difendere la vite.

    Mentre Olivia parla penso che il coraggio unito all’intelletto e alla sapienza umana sa dare il meglio e forse anche l’inarrivabile.

    Il nostro giro tra le vigne si conclude così, tra 5 diversi appezzamenti, in un labirinto di filari di tintore, di piedirosso, di ginestra, di pepella e di biancatenera, passando dai 200 metri sopra il livello del mare fino quasi ai 700, il tutto dislocato in un totale di appena 2 ettari e mezzo di vite ognuno distante dall’altro, e che solo grazie alla 4×4 di Olivia siamo riusciti a visitare.

    La Cantina

    Poco più di 30 metri di spazio tra contenitori in acciaio e qualche piccola botte di castagno, frutto di esperimenti di Fortunato.

    Le nuove annate confermano quanto sia faticoso quel lavoro in vigna e quanto poco lavoro interventista ci sia invece in questa sala.

     

    Olivia in cantina

     

    Dopo la fermentazione, che parte spontaneamente, e senza temperature controllate, per i rossi, che macerano sulle bucce, Fortunato si dedica solo alle normali pratiche di cantina: follature a mano e rimontaggi, mentre i bianchi si fanno quasi da sé, lasciati, dopo i travasi, al loro naturale percorso fino all’imbottigliamento.

    Facciamo diversi assaggi e mentre si parla di vino, le nostre viti si intrecciano con qualche spruzzo di conversazione personale, perché il vino è soprattutto quel mezzo o quel fine che ti apre alle conoscenze. Si diventa più umani con un calice in mano. E ci si dimentica delle sovrastrutture che affollano la mente.

     

    La degustazione

    Lo stomaco inizia a gorgogliare e Olivia ci dice che la famiglia ci aspetta per pranzo.

    Quello che mi lascerà sempre attaccata alla mia terra è la naturale indole di condivisione che è insita per chi, come me, è nata col profumo del mare. Ma ne rimango, comunque, in ogni caso esterrefatta. Il senso di amore pervade al sud, c’è ben poco da fare.

     

     

    Fortunato ha appena terminato alcune potature lì sulla collinetta di “Monte di Grazia”, uno dei cinque appezzamenti dove le viti vengono allevate e da cui prende il nome la stessa azienda, mentre la mamma è intenta ai fornelli per quello che sarà un pranzo luculliano ad attenderci.

    La tavola è imbandita di ogni loro vino.

     

    I vini di Monte di Grazia

     

    Partiamo dal loro base “Melogna”, un IGT rosso a base di piedirosso, tintore e una piccola percentuale sempre di autoctoni: moscio, olivella, e sciascinoso. Qui il mosto viene lasciate macerare sulle bucce per 4-5 giorni, poi la fermentazione alcolica continua senza buccia e riposa sulle fecce fini al suo primo travaso verso novembre.

    Melogna, che in dialetto significa tasso, in onore a questi animali che vivono numerosi nel vigneto, è un vino facile, nell’eccezione buona del termine, così tanto facile da bere che non puoi distrarti, rischieresti di vedere il fondo senza saperlo. Questo grazie alla buona acidità data soprattutto dalla presenza del moscio, e dell’Olivella, mentre al tintore va soprattutto il merito di un coloro rosso vivido e brillante.

    Questo vino non invecchia mai, e quella leggera carbonica che avverto in realtà mi incita. Da bere leggermente fresco, questo il mio consiglio.

     

    Alfonso Arpino e Melogna

     

    Nel mentre un piatto di spaghetti con le cime di rapa e le alici si è materializzato davanti ai miei occhi.

     

    Monte di Grazia Rosso 2014

     

    Ci abbiniamo Il “Monte di Grazia rosso” che per me è il loro vino d’eccezione.

    Qui l’uvaggio è soprattutto di tintore con una piccola percentuale di piedirosso. Una macerazione pellicolare di circa 10 giorni, poi a riposare sulle fecce fini per qualche mese e una volta sfecciato continua ad affinare per ulteriori 36 mesi in acciaio  (per alcune annate es. 2011,2012, 2013, 2018 c’è stato anche un breve passaggio di c.a 3 mesi in botti grandi di castagno).

    Il mio calice è l’esatta rispondenza della sua annata, una 2014 molto piovosa, con una grandine che ha letteralmente dimezzato la produzione. Le acidità del vino durante l’imbottigliamento erano molto alte, ma con una gradazione alcolemica forse troppo bassa.

    Eppure se questa è il punto iniziale, quello che ritrovo al mio palato è un’evoluzione trasformista. Il tintore ha bisogno di tempo per esprimersi e oggi il mio calice, è di buona acidità, profuma di prugne, spezie e frutti neri, una bocca rotonda e piena, che chiude verso sapori quasi ematici.

    Ho un ricordo molto più piacevole di questa 2014, che della 2013, bevuta in passato. Questo a dimostrazione che annate, a volte definite un po’ “sfigate” sanno dare il meglio, se si sa attendere.

     

    Spurtiglione 2017

     

    Ma non fon faccio in tempo che il mio calice veda il fondo e Olivia è già intenta a stappare una bottiglia di bianco 2017.

    Da tre anni, infatti, nella famiglia è entrato una “nuova creatura”: lo Spurtiglione, un leggero macerato, di appena 5 giorni sulle bucce, di Ginestra, Biancatenera e un pizzico (20%) di Pepella.

    Sono uve dal basso tenore zuccherino, soprattutto la ginestra, ma che di contro garantiscono una beva estremamente verticale, anche se la leggera macerazione favorisce una certa rotondità al palato.

    Spurtiglione è l’incontro tra due mondi, la saggezza e l’innovazione: Alfonso il papà con le sue esperienze e suo figlio Fortunato con le sue sperimentazioni.

    Alla fine in questo calice si è trovato il giusto punto di incontro, e il risultato è la contemperazione e la perfetta esaltazione del territorio senza quelle eccessive macerazioni che avrebbe potuto dissuadere e far perdere l’identità territoriale. E infatti il mio sorso morbido e glicemico mi rimanda esattamente al ricordo di quell’ estate calda e afosa, e le leggere note di gelsomino al naso mi rimandano invece alla sua primavera.

    Lo Spurtiglione, in queste zone, è un pipistrello, quello che durante le ultime vendemmie ha fatto compagnia in Azienda alla famiglia e che pareva volesse vivere con loro.

    Una produzione di appena 700 bottiglie, ai fortunati il privilegio di provarlo.

    Bianco 2015 e 2016

     

    Il corpo parrebbe sazio, ma la buona compagnia lo consente ancora. E allora terminiamo con due annate del “Bianco” 2015 e 2016.

    La maestria di Alfonso raggiunge la massima esaltazione nell’annata 2015 che si presenta in splendida forma e pare anche più giovane della 2016, quest’ultima forse più ruffiana al palato.

    Ginestra, Pepella e BiancaTenera, affinate solo in acciaio, sprigionano note agrumate e salmastre. La vicinanza al mare è fissata nelle pareti del calice. Un sorso salato e diretto. Note di macchia mediterranea, e sferzate minerali che garantiscono una bella verticalità al sorso. Non posso che convenire con Alfonso quando ci imbattiamo in un’equiparazione del suo bianco con la finezza di alcuni riesling alsaziani.

    Mentre scrivo penso alle mie vacanze estive, non so dove andrò né che farò, eppure ho già scelto il vino per l’estate: Bianco 2015.

     

    Olivia, Fortunato e Titti

     

    Concludo la mia visita, accanto ad un camino, dimenticando di parlare di vino, di viti e di produttori e perdendomi in discorsi di vita con Alfonso. Torno a casa con nuovi spunti di riflessione e nuovi punti di vista. Forse è questo il senso di un vero studio antropologico. La semplice conoscenza di un essere umano.

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